giovedì 7 giugno 2012

L'italiano all'estero

Quella degli italiani che vivono all’estero è una razza un po’ strana, sempre in bilico tra curiosità e nostalgia, tra la voglia di scappare e quella di tornare.
L'emigrante italiano vive il suo stereotipo, diventa spaghetti e mandolino, si crede il migliore nel vestire e nel cucinare, alla prima spesa compra pasta e caffè (accorgendosi solo una volta tornato a casa della necessità di rimediare scolapasta e moka), si pensa molto più creativo e fantasioso degli altri, sbandierando la sua tipica disorganizzazione. Va fierissimo di quegli italiani che riescono a ottenere risultati riconosciuti internazionalmente, fatto che aumenta la sua convinzione dell'innato genio italico e alla fine della bontà, nonostante gli innumerevoli problemi, delle università e dei licei italiani.
L'italiano all'estero pensa di vivere nel paese più bello del mondo e non manca di farlo notare a chiunque, sebbene violentemente condanni la gestione del paese stesso. Odia i suoi politici, crede, vivendo in un paese che funziona, di sapere come risolvere i problemi dell'Italia, anche se finisce per dare il voto a Razzi.
L'italiano all'estero si innervosisce quando uno straniero dice mafia o Berlusconi o prova a imitare la sua mimica sbagliandone totalmente significato e contesto. Soprattutto se tale straniero è un francesino col ghigno irrisorio.
L'italiano all'estero apprende e subito si convince di avere la lingua più musicale di tutte, cosa che, fino al giorno prima di partire, non gli aveva nemmeno sfiorato l'anticamera del cervello. Tale fatto, comunque, lo porta ad una positiva rivalutazione della canzone italiana.
L'italiano all'estero vede tutti i turisti italiani come Toto' e Peppino a Milano, dimenticandosi che anche lui ha sempre fatto quella figura.
L'italiano all'estero apre le sue vedute, e se donna può finalmente aprire le gambe senza avere quel provinciale parlottio alle spalle.
L'italiano all'estero acquista un'obiettività nel giudizio del proprio paese che lo porta a smussare quella sconsolata e acritica autocritica che lo contraddistingue. Autocritica che però generalmente aumenta nel caso in cui ottenga le interessanti opportunità lavorative che in Italia non è riuscito ad ottenere.
L'italiano all'estero è vinto da una nostalgia che lo porta a sognare (e finalmente ad apprezzare) il sole, i paesaggi, l'arte e il cibo dell'Italia sua, gli amici della vita e anche la famiglia con la quale prima di partire probabilmente non aveva rapporti.
L'italiano all'estero si sente incredibilmente solo. Solo da morire. Vede nella freddezza degli stranieri un limite insuperabile e per questo si circonda di altri italiani, coi quali è solidale e altruista come non lo è mai stato prima. Vive in affollate città con milioni di persone sole come lui, se è fortunato riesce a stringere un paio di amicizie vere, altrimenti sostituisce questa carenza con una bombardata di stimoli.
L'italiano all'estero si fa finalmente forte, fa lavori che in patria mai si sognerebbe, vive in case che fanno rimpiangere quelle universitarie, smette di chiedere aiuto e tira finalmente fuori le palle.
L'italiano all'estero, dopo una veloce vacanza a casa, vive almeno una settimana di desolante, malinconica tristezza.
L'italiano all'estero ha un unico, martellante pensiero: che in futuro, qualsiasi cosa succeda, tornerà a vivere in Italia.


martedì 3 aprile 2012

Tutto quello che avreste potuto mangiare ma non avete mai osato immaginare

Ieri chattando su fb vengo a conoscenza di un'idea assurda: la dieta di mele. In pratica si fissa un giorno settimanale e in quel giorno si mangiano soltanto mele. Ok, l'idea è invalidata non solo da una qualsiasi delle migliaia di ricerche nutrizionistiche ma pure dal semplice buonsenso.
Il punto, però, non è questo.
Il punto è che io personalmente avevo in precedenza sperimentato questo tipo di dieta. Sia ben chiaro, non per scelta o per lo meno non per una volontarietà diretta, diciamo più per una conseguenza del lassismo che contraddistingue la mia attività culinaria.
In pratica, semplicemente, un giorno in cui non stavo particolarmente bene, un giorno in cui era incredibilmente freddo, un giorno in cui non avevo voglia di andarmi a comprare del cibo al supermercato (che dista ben 0,6 miglia da casa mia), un giorno in cui in casa non avevo nulla e dico nulla but un sacchetto di mele, beh, in quel giorno lì, dalla colazione alla cena ho mangiato soltanto mele.
Purtroppo non è uno scherzo.
Non voglio tediarvi col racconto delle conseguenze atroci di questa nefasta scelta, vi basti un consiglio: non fate una cosa del genere.
Siccome quello non è l'unico episodio di malnutrizione che ho provato sulla mia pelle, voglio fare un bel campionario di cose assolutamente vietate in cucina che ho malauguratamente sperimentato.
Cena salutare: era uno di quei periodi che mi prendono ciclicamente in cui provo pena per il mio bistrattato corpo e paura all'idea di vedere i risultati di eventuali analisi sanguinee. Uno di quei periodi in cui si dà un taglio a carni rosse e alcolici, niente coca cola, addio snickers. Come riempire il vuoto lasciato da queste defezioni? Semplice: con alimenti sani, salutari, con un elisir di giovinezza quale è lo yogurt e con un qualcosa che possa supplire alla totale mancanza di verdura, quindi carote. Ok, la verdura è verde e la carota è arancione, ma io sono daltonico. "La carota non è come la verdura, una è radice l'altra è foglia," mi ammonirebbe Checco Guidi col suo indice puntato, però io sono un animale metropolitano, la carota è nella stessa scansia dell'insalata e, soprattutto, botanicamente sono entrambe classificate come ortaggi, quindi per me sono risorse almeno parzialmente sostituibili e tanto mi basta. In ogni caso, in una sera malsana in cui non avevo voglia di farmi una pasta, ancora non avevo comprato il mio primo petto di pollo, ancora non avevo imparato a cuocere il riso, avevo finito le uova e il tonno lo avevo mangiato a merenda, decido di arrangiarmi con quello che ho: il frigo propone pan carrè, burro, marmellata, yogurt e carote. La credenza, invece, recita due pacchi di doriano. I primi tre elementi del frigo sono proibiti a causa della loro necessaria presenza nella colazione del giorno successivo, quindi non rimangono che yogurt, carote e crackers. Prendi la carota, la peli, apri lo yogurt, immergi la carota e ccchhhhhhh... pronto. Al secondo morso devi strozzarlo coi crackers. Il risultato è ovviamente aberrante: non fatelo.
Colazione ipercalorica: pane tostato, burro (salato) e Nutella. Il burro salato cozza incredibilmente col paradiso-in-terra, lo capirebbe anche un bambino e pure io lo capivo mentre stavo spalmando il tutto, ma avevo finito la marmellata. Comunque: non fatelo.
Tripudio di inscatolati: tonno (canned), salmone (canned), fagioli (canned) e alici (canned). Arrivare alla fine è un'impresa: non fatelo.
Il peggior sugo: prepari i tuoi spaghetti in bianco, poi malauguratamente decidi di dare una svolta a quella pasta insapore e ci butti dentro una scatoletta di tonno, del grana e della passata di pomodoro così, senza cuocerla prima. Terribile: non fatelo.
La cena più disgustosa del globo: mix di uova al tegamino e tonno. Vi basti sapere che arrivato a metà stavo per vomitare... l'ho finita di ignoranza. In ogni caso: non fatelo.
Queste sono le cose assolutamente immangiabili che vi sconsiglio caldamente. Altre ne ho fatte di oscenamente schifose ma quelle lo furono più per inesperienza che per accostamenti strampalati. Ho anche accuratamente evitato di parlare di quegli occasionali trip pseudo-scientifici atti a migliorare la mia salute attraverso l'alimentazione, il più potente dei quali è quello sui salici che a distanza di anni continua ad ossessionarmi, per non trasformare quel minimo di simpatia che ancora provate per me in una totale compassione.
Detto ciò, vi rassicuro sulla mia salute dicendovi che da un po' di tempo, e precisamente da quando una maledetta amica mi ha detto che il tonno è stracolmo di mercurio, ho iniziato a cucinare sul serio. Sul serio forse è un'esagerazione, però ho imparato a farmi petto di pollo e riso ai due formmaggi ad esempio. Sul come cuocere il riso, in particolare, mi sono addirittura spinto ad accurate ricerche su internet. Adesso non vado oltre le 2 scatolette di tonno e le 4 uova settimanali, what an improvement!
Chiudo con una critica feroce: essendo da poco entrato nel mondo delle ricette e dei tutorial online non posso non sottolineare la loro inaccuratezza scientifica. Dio Cristo, non mi puoi dire "un po' di burro", "un pugno di riso" o soprattutto "sale qb". Qb sta minchia, se non lo so e, faccio un esempio DEL TUTTO IMMAGINARIO, ne butto troppo quando mi voglio sparare un risotto in bianco, che non ha quindi un cazzo di sapore tranne il sale in sé, come diavolo me lo sbatto? Mi fai un tutorial, mi scrivi una ricetta? grazie mille fratello, ti stimo, però cerca di essere preciso, dioppo.
Adesso capite perché mi manca la nonna.


Parola del giorno: gluttony - gola
, ingordigia

lunedì 26 marzo 2012

Il barbiere di Istanbul

Tanto (troppo?) il tempo che è passato dall'ultimo post e tante (troppe?) le cose, la più importante delle quali è indubbiamente l'acquisto dell'ennesima Poderosa (che ha già bucato, nda), che sono successe in questo periodo.
Raccontarle tutte è tanto noioso quanto impossibile, perciò mi soffermo su un'esperienza incredibile che ho appena vissuto: il mio taglio di capelli.
L'unione tra la mia naturale propensione al fashion e il fatto di vivere a Londra, capitale mondiale dell'hairdressing, ha come inevitabile e scontatissimo risultato il mio re-style.
E proprio Re-Style è il nome del posto che ho scelto. L'entrata è interamente dominata da un antico divano in netto contrasto con l'ambientazione moderna su cui un'affabile ragazza mi fa sedere, dandomi pure un numero: ho il 3 nonostante sia l'unico cliente che aspetta. Ok, non sanno contare ma mi consolo pensando che la matematica non è requisito indispensabile per un buon taglio. Dopo qualche istante la stessa ragazza viene a chiedermi se gradisco un caffè (turco) o un tè (turco o alla menta). Declino cortesemente e attendo il mio turno navigando con lo stevejobs, da vero nerd. Passano un paio di minuti e un barbiere (calvo) mi viene a prendere e mi porta nella sua postazione. Come tutti i mediorientali ha quella faccia misteriosamente dura, più enigmatica del monolite di Kubrick: tutti i miei pensieri sono rivolti a Gibo, l'unica persona che in quel momento avrei voluto vedere al di là dello specchio con le forbici in mano.
Iniziano le operazioni.
Alla fatidica domanda "Come li vuoi?" rispondo con la più classica delle risposte "Uguali, solo un pelo più corti". Lui non dice una parola ma ammicca come chi ha capito perfettamente, io deglutisco e mi faccio mentalmente il segno della croce.
Dopo avermi amorevolmente messo l'asciugamano attorno al collo questo Figaro ottomano mi fa lo shampoo. E qui bisogna aprire una parentesi, perché lo shampoo viene fatto con la testa dentro al lavandino, rivolta verso il basso, quindi ti bagni la faccia, la schiuma ti va negli occhi e, soprattutto, sei piegato a 90 con un turco alle spalle.
Ansia.
Dopo una bella asciugatina, si riscontra un'altra differenza: prima di metterti il telo, Kahleb (sono sicuro che questo sia il suo nome) ti arrotola attorno al collo una specie di gommapiuma. Pensieroso, lo lascio fare.
Inizia la tosatura, i movimenti di questo sinistro personaggio sono decisi e fermi, la maestria sembra evidente. Una spuntatina di qua, una pettinatina di là e passa mezz'ora in men che non si dica. Nel frattempo non spiccica parola e sono costretto ad ascoltare la musica di una radio araba e le clacsonate di Green Lane.
Finito il taglio si ripete, sempre a faccia in giù, l'operazione shampoo, questa volta più approfondita. Tanto (troppo!) approfondita, infatti con le sue mani delicate praticamente mi lava la faccia e per due lunghissimi e tremendi secondi mi mette pure le dita nelle orecchie. Ok, penso, questo è veramente troppo.
Ma non faccio in tempo a dire nulla che mi ha già tirato su e iniziato ad asciugarmi i capelli, la faccia, gli occhi e... le orecchie. Diodiddio, quanto mi han dato fastidio quelle dita indagatrici. La memoria è corsa subito a "Il Grande Dittatore" di Chaplin.
Mi pettina e finalmente riesco a vedere il risultato di questi interminabili quaranta minuti: coi capelli bagnati sono una via di mezzo tra Lupin e Woody di "This is England", mi mancano solo le basette. Coi capelli asciutti sembro Stefano Nava.
Insomma, esco dal negozio sfigurato, con quattro mesi di capelli e quattordici sterline in meno, ma con un idolo in più.

P.S.
Se ci fosse stato almeno uno degli inquilini di via Borgo S.Pietro le lacrime sarebbero scese copiose.


Parola del giorno: Kahleb Scissorhands - Kahleb mani di forbice

martedì 31 gennaio 2012

Intervista col Vampivot

Dopo due mesi di altalenanti indecisioni alla fine ho scelto la mia strada: se trovo qualcosa di interessante me ne resto a Londra per un altro po'.
Cari riminesi, so che la notizia vi addolora ma non state ad autoflagellarvi scroto e/o capezzoli, tornerò.
In ogni caso, come ho detto e stradetto in precedenza, la mia camera e il mio corpo tutto sono a vostra disposizione.
Ok, ho deciso di restare. "A fare che?" vi starete legittimamente chiedendo.
Lavoro, cari miei, lavoro. Ancora lo devo trovare, sia chiaro, la metamorfosi da bamboccione in erasmus a cervello in fuga non è ancora completata ma credo sia solo questione di tempo. Il colletto bianco mi aspetta, il collega nerd pure. Facciamo fruttare questo straccio di laurea.
"Làurea" dal latino Làurus, alloro. Corona d'alloro riserbata ai massimi poeti e, metaforicamente, dignità dottorale.
Dignità dottorale.
Per mettere la mia dignità dottorale a disposizione di una multinazionale londinese che probabilmente sfrutta il lavoro di bambini asiatici devo passare attraverso il magico mondo delle applications.
Per chi non ha messo il naso oltre il Rubicone, le applications sono un mix più o meno completo di documenti comprendenti CV, covering letter e uno o più file di risposte a millemila domande.
Si legge un annuncio in uno dei tanti siti internet e si invia il tutto. Sembra facile ma è un lavoro sporchissimo e frustrante.
È frustrante perché per la stragrande maggioranza delle volte non si riceve risposta e quando la si riceve almeno il 60% è un "no" secco mentre un altro 20% è una banalissima richiesta di altre informazioni.
È un lavoro sporchissimo perché bisogna mentire spudoradamente, dicendo di essere più operai delle formiche ma con un cervello migliore di Einstein (in questo caso non ho bisogno di mentire, nda), perché bisogna stare maledettamente attenti all'inglese (l'errore scritto non viene perdonato, cosa che complica e ritarda incredibilmente le operazioni) e, infine, perché ti chiedono veramente di tutto: dalle cose normali (progetti fatti in università, qualsiasi tipo di esperienza lavorativa, sport, hobbies) a quelle più assurde (colore della pelle, difficoltà di comprendonio, MALATTIE MENTALI). Un po' me lo immaginavo ma non in questa misura. Del resto, come recita il motto, "Nobody expects the Spanish Inquisition!".
Se tutto sto materiale soddisfa il Recruiter allora si passa alla fase due: la telefonata.
La telefonata è una grandissima inculata, perché parlare inglese allo Stevejobs4 è moooooooolto più difficile che farlo di persona (con questo non voglio sminuire le grandissime capacità del mio amato Steve, sia chiaro). La prima telefonata che ho ricevuto, ad esempio, era di una tizia con un fortissimo accento slavo, per fortuna parlava abbastanza lentamente ma la sua pronuncia era come il caldo: "assordante". La telefonata peggiore, però, è stata la penultima che ho ricevuto: un cazzo di britannico incredibilmente "fluente" che alla terza volta che gli ho detto "Sorry, can you repeat?" mi ha chiuso il telefono in faccia. Quel pezzo di merda deve essere un fottuto rapper di Newcastle e, soprattutto, deve partorire con dolore.
Passata la fase telefonica, o bisogna rispondere ad altre domande/test che ti inviano via mail o si deve infinitamente aspettare l'ultimo step: il colloquio.
Alla fase colloquio non ci sono arrivato quindi non posso ancora dirvi nulla: ottimo argomento per la noiosa sbrodolata del prossimo post di questo blog.
Nel frattempo aspetto notizie da chi sembra interessato, mando applications a gogo e temporeggio bevendo spuma.
Ah, probabilmente tornerò a Rimini il 18 (DICIOTTO!!!) febbraio per i 18 (DICIOTTO!!!) anni del mio brotha.
Stay tuned.

Parola del giorno: interview - colloquio

martedì 10 gennaio 2012

Dovrebbero proibire gli specchi di fronte ai water

Riprendiamo quest'esibizione egocentrica che nelle ultime settimane si era giustamente e prevedibilmente ARenata.
Il passaggio al nuovo anno è stato un mix di novità e tradizione. Per la prima volta su 29 ho cenato in solitaria, cena luculliana, pantagruelica, trimalcionica: uova al tegamino e crackers in un silenzio tanto assordante quanto squallido. Il New Year's Party era in una casa vicino a Notting Hill, mi aspettavo un appartamento normale, studentesco, invece mi ritrovo in un'elegantissima villa di quattro piani. Tra persone tiratissime, pianoforte, tappeti e caminetti io mi sono presentato con la mia solita felpa, una maglietta scolorita e stropicciata e una bottiglia di Martini da 8.99 pound. Per fortuna c'erano la Cri, Fipsi e un manipolo di simpaticissime ragazze alla mano che non mi han fatto sentire propriamente un pesce fuor d'acqua. L'imbarazzo, comunque, è durato ben poco visto che ho iniziato a ingollare SuperTennents, 9% di puro piombo. Allo scoccare della mezzanotte siamo passati dalla birra dei tossici scozzesi a dello champagne gentilmente offerto dalla casa con una nonchalanche degna del miglior Marchese del Grillo. Tutto ciò che successe poi è una fitta nebulosa rarefatta soltanto da qualche sconnesso racconto.
In casa l'atmosfera è stata calma e quieta, con il Fantasma che non ho visto per tre settimane e Lau e Zai che se ne sono tornate nei rispettivi paesi abbandonandomi a un digiuno preoccupante. Gli unici rumori erano le canzoni di Shakira che provenivano dalla stanza di Luciano e Nurcan e i vocalizzi e le telefonate di Loudly Indra. La doccia ha iniziato a cedere: si è rotto il gancio del microfono, per cui è diventata un'impresa lavarsi e, soprattutto, c'è una perdita d'acqua che fa gocciolare il soffitto della cucina.
A lezione le cose sono completamente cambiate, mi hanno spostato in Advanced e siamo solo in quattro in aula. Purtroppo non c'è più Maral, mascotte, frutto proibito e anima della ciurmaglia. Tra le note stonate il nuovo professore: Jimi di Glasgow alias Lana.
Proprio la mia scuola stava cercando qualcuno da schiaffare negli uffici per un periodo di 12 (DEDICI!) settimane, quindi ho inviato il CV, son stato chiamato, ho fatto il colloquio, mi han detto "Ok, ti prendiamo" ma quando siamo arrivati alla questione stipendio scopro che esso consiste in agevolazioni per l'accomodation in uno studentato e, dopo mie pressioni, nella Oyster Card mensile. Ho chiaramente rifiutato: non sono un volontario, non sono uno schiavo.
Il mio inglese sta lentamente migliorando, riesco a conversare amabilmente anche di tematiche scottanti (memorabile un'accesa discussione con due belgi a casa di Andre sulla necessità della democrazia in una società civile), a volte devo chiedere di ripetere le cose quando ho a che fare coi britannici ma in generale capisco tutto.
Sarà che c'è stato di mezzo il Natale ma la sezione "Incontri ravvicinati del terzo tipo" registra una svolta mistica: una mattina mi suonano a casa una bella quarantenne di colore con una vecchiaccia dallo sguardo malefico, chiedo cosa vogliono e scopro che sono... testimoni di Geova! Sono onnipresenti.
Il secondo incontro, invece, avviene sul bus, quando un signore di 65 anni circa, che successivamente scopro essere cipriota, si siede di fianco a me ed esordisce con un perentorio "Tu di che religione sei?" al quale son seguiti 20 min di diatriba teologica. Roba da film.
Per il resto che dire? Proseguono le scorribande notturne, la mia celebre insonnia è ricominciata e ho finalmente fatto la mia prima partita di calcio in una specie di parco-centro sportivo gratuito nei pressi del villaggio olimpico.
A tutta birra.

Parola del giorno: fructose - fruttosio