martedì 27 dicembre 2011

Merry crisis and a happy new fear

Casa dolce casa, recita il detto.
Il ritorno a Rimini è stato veramente emozionante, cominciando proprio dall'entrata in casa. Ho fatto una sorpresa a tutta la famiglia perché avevo detto loro che sarei tornato nel pomeriggio e invece mi sono presentato all'ora di pranzo, mentre tutti erano a tavola a mangiarsi i passatelli. Diodiddio, mi ero dimenticato che a casa i passatelli non sono un evento, si mangiano in un qualsiasi giorno invernale. Il saluto della nonna è stato unico, mi ha abbracciato, stritolandomi gli occhiali, al che le dico: "Nonna, così mi rompi gli occhiali" e lei: "È lo stesso, è lo stesso", stringendomi ancora più forte. Quel solo abbraccio ha colmato la carenza di affetto degli ultimi due mesi.
Rivedere gli amici è stato altrettanto coinvolgente, ho per fortuna beccato quasi tutti e ne sono contento felpae. Mi dispiace di non aver visto alcuni di voi ma amen, sarà per la prossima.
Le strafogate di cibo credo che mi abbiano ridato tutti i tre chili che ho perso in questi mesi, probabilmente con gli interessi. Dio, quanto stracazzo son buoni i cappelletti, il torrone e l'espresso del bar.
L'aria familiare è ciò che mi mancava, cose come la cassiera della Coop che ti chiede come sta andando in Inghilterra o entrare al Bar Alba e venire accolti come fossi stato via due anni è qualcosa che a Londra non avrò mai. Il vedere come tutto sia uguale, fermo, immobile, per uno che torna dopo tanto tempo non è noioso o deprimente (come ho sempre pensato fino a prima di partire) ma è una specie di certezza nella vita, è la sicurezza che le cose sono così ed è bello che così siano. Sono ben conscio che dopo due settimane riminesi tornerei comunque a non sfangare questa fissità.
In questi tre giorni ho potuto notare differenze tra Londra e Rimini che non avevo notato prima: a Rimini ci sono molti meno pedoni per strada, il borgo è preso d'assalto dalle biciclette, la concentrazione di vecchi in giro è spaventosamente più elevata, il cielo è dannatamente limpido, gli acquazzoni sono furibondi, son pochi gli ubriaconi e tantissimi i fumatori.
Tra le differenze personali che ho registrato, invece, la forma fisica decisamente precaria testata (finalmente) in una partita di calcetto, la strana sensazione all'entrata della mia camera da letto che non ricordavo così bella e così piena di libri e, soprattutto, le enormi difficoltà che ho incontrato riprendendo in mano la chitarra: ho veramente disimparato tutto.
Le reazioni di tutti voi, nel vedermi, sono state di due tipi: "Madonna come sei dimagrito... ma non mangi?" e "Diobò che capelli lunghi... tagliateli che fai schifo". Andatevenaffanculo.
Saluto gli assidui lettori del blog che a quanto pare sono interessatissimi alle mie vicende (alla fine siete dei miserabili pettegoli annoiati) e chiudo con una piccola considerazione: sono arrivato a Rimini dicendo che sarei tornato a casa alla fine del corso ma dopo 72 ore ho ricominciato a pensare che potrei trovarmi un lavoretto e restare a Londra un altro po'. Anche per un daltonico l'erba del vicino è sempre più verde.

Parola del giorno: love - amore

martedì 20 dicembre 2011

Shamalaia!

Negli ultimi giorni tra soliti giri turistici, lezioni, uscite e la graditissima visita di tre riminesi in cerca d'autista, s'è insunuato il mio nemico numero uno, colui che, solitamente, una volta al mese mi attacca per almeno un paio di giorni: la febbra.
Ancora non l'avevo avuta, mi ero illuso di aver risolto il problema col cambiamento di clima ma, purtroppo, mi sbagliavo di grosso (Fabio).
È arrivata, teniamocela. Questa volta niente cure della nonna, sempre prodiga di attenzioni in sti casi particolari, manco avessi la vita in pericolo. Ciò non significa che io non me ne approfitti, sia ben chiaro. Per fortuna ho Zai e Lau (le mie coinquiline preferite) che mi cullano dolcemente, allietandomi questi giorni di malessere psicofisico con cibi goshtosi e mielose affettuosità.
Insomma, sono pur sempre un maledetto ruffiano.
Il prossimo weekend, comunque, potrò imperversare per Rimini, anche se soltanto per tre cortissimi giorni. Sinceramente, non vedo l'ora di riabbracciarvi, scuotere un pochino le vostre miserabili vite e andarmene come niente fosse, lasciandovi quello sgomento e quello stordimento che si provano nell'istante immediatamente successivo allo sconvolgimento di tutte le personali certezze della vita.
Che volete farci, sono fatto così.
A tutte le persone che mi chiedono regali natalizi da Londra e a tutte quelle che non l'han fatto ma hanno intenzione di farlo, rispondo: fottetevi, non vi porterò nulla come non l'ho mai fatto in vita mia. Sono sicuro che il mio sorriso e una mia palpatina vi basteranno.
Questi tre giorni saranno equamente divisi tra: mangiate in famiglia, bevute in amicizia e svaligiamento di un supermercato per scorta londinese. Ah, urge una visita a una gelateria (Dio che voglia di stracciatella), spero ce ne sia qualcuna ancora aperta.
Scoperta della settimana: una scatola di Tachipirina costa 19p, ossia circa 30 centesimi di euro. La compro qua e la smercio in Italia.

Parola del giorno: caplet - pasticca; assolutamente da prendere al posto della suppository (supposta)

lunedì 12 dicembre 2011

Dove c'è Balconi, c'è carew

Il cibo nel corso dei millenni si è trasformato da pura necessità a piacere personale. Un'arte più che un bisogno. Possiamo con serenità dire che la cucina tradizionale è uno dei tratti distintivi di una cultura.
E allora facciamolo questo viaggio culinario-culturale che voi, per la maggior parte rurali ignoranti romagnoli, ne abbisognate.
L'english breakfast è qualcosa di tanto goshtoso quanto pesante. È la cosa che devi fare se vuoi passare la mattinata in stato catatonico ed arrivare comunque a pranzo con una fame assurda contrastata soltanto da un'innaturale e spaventosamente dolorosa acidità di stomaco.
In una vera colazione inglese sono cinque gli elementi che non possono mancare: uova fritte, pancetta, fagioli, pane tostato e burro. In Inghilterra, come in tutto il centro-nord europa, il burro spacca sul serio.
Da bere? Un succo (ce n'è una varietà impressionante) o una brodaglia marrone scuro che questi stronzi osano chiamare caffè.
Tipicamente inglese è pure l'afternoon-tea. Che qua non è il tè delle cinque come tutti gli italiani pensano, infatti l'orario del Tea (da prendere obbligatoriamente in una tea-room) va dalle 2pm alle 5pm. Tuttavia, quando si fa questo tipico break, generalmente si intendono le 4pm, quindi, cari miei, dovremmo correggere l'espressione italiana in "Tè delle quattro".
In ogni caso, un vero inglese non concepisce il tea come qualcosa di meramente pomeridiano, alla domanda "Qual è l'orario migliore per bere il tea?" un vero inglese ha una e una sola risposta: "Anytime".
Per cena i piatti che alla fine la fanno da padrona nei costumi britannici sono tre: burgers (fatti in milioni di modi differenti), pie, ossia "pasticci" di purè di patate e ripieno di carne (anche qui le varianti sono tantissime) e, infine, fish&chips. Tutte le altre portate tipiche (sì, ce ne sono altre e pure buone) sono secondarie rispetto a queste leggerissime tre.
Ho saltato il pranzo, mi direte.
Beh, non me lo sono dimenticato, l'ho lasciato per ultimo perché merita una menzione speciale.
Il tratto distintivo di un pranzo londinese non è il cosa si mangia ma il come si mangia. Generalmente lo si consuma correndo su un marciapiede. Per permetterne l'ottimizzazione, ci sono una serie di locali e catene che agevolano le operazioni di approvvigionamento. Take away ad ogni angolo, catene come "Eat" e "Pret-a-manger" e addirittura supermercati che hanno la sezione self-service dove tu ti prepari la tua bella ciotola di cibi cotti.
Insomma, un modo come un altro per mangiare male e perdere la forma.
Per cena i migliori posti dove puoi mangiare piatti tipicamente inglesi sono i pub e i gastro-pub (ristorantini che comunque mantengono il bancone da pub). Occhio però, ricordatevi di diffidare da quelli in centro, soprattutto a Soho, Covent Garden e Piccadilly Circus. Infatti la stragrande maggioranza di pub in queste zone sono catene. Possono avere nomi differenti ma sono catene. Li si riconosce dal menù, generalmente di un prestampato plastificato con logo da sborone. In questi posti è sconsigliatissimo mangiare visto che i cibi che ti danno sono tutti surgelati preconfezionati che vengono solamente scaldati.
La figata di Londra è che trovi cucine di tutto il mondo. Dal ristorante vietnamita al caraibico passando per l'argentino e il turco. L'africa sub-sahariana sembra essere l'unica poco rappresentata.
Grazie a questa eterogeneità puoi scoprire abitudini incredibilmente differenti. Ad esempio, mentre gli italiani mangiano lo yogurt a colazione o a merenda, gli spagnoli se lo sparano dopocena, come dessert, mentre i turchi lo mettono sopra la carne e, udite udite, sopra la pasta (l'ho assaggiata, è immangiabile).
Se ci sono così tante cucine è indispensabile che i supermercati offrano cibi da tutto il mondo. Ci sono quindi intere corsie dedicate a cibi etnici dove puoi trovare veramente di tutto. La qualità, però, non sempre è delle migliori. La roba è un pelo tarocca, soprattutto per noi italiani che alla fin fine siamo abituati a un cibo genuino e bbbono.
Per farvi capire: una marca "italiana" tanto conosciuta in Inghilterra quanto sconosciuta, se non inesistente, in Italia è la "Napolina" che offre pasta, pelati, sughi pronti e tutto ciò che serve per una "vera" cucina italiana. Questa marca è superata solo dalla "Bertolli", conosciuta anche in Italia, la cui selezione di sughi pronti occupa generalmente una corsia intera, e, soprattutto, dalla succulenta "Balconi".
Tante cose, però, le trovi solo con la marca del supermercato. Come la passata "Sainsbury" (Sainsbury è tipo la Coop in Romagna) che a volte si trasforma in passata con aglio e cipolla, in modo da evitare la saltatura in padella (bleah!), e in miriadi di sughi. Tra le particolarità, Sainsbury offre un proprio mascarpone (il formaggio, non il dessert). L'unica cosa griffata Sainsbury che regala vere soddisfazioni è la mozzarella che è di gran lunga migliore di quelle Coop in Italia.
Due i tasti dolenti: il primo è dato dai prodotti della terra che non hanno un cazzo di sapore. Vedi pomodori rossissimi che quando li mordi sanno di etere. Il secondo è dato dal vino. Sbocchevole, costoso e tarocco all'ennesima potenza (ad esempio: "Canti, il vero vino toscano!" al posto di "Chianti"). Personalmente ho assaggiato un lambrusco bianco frizzante Sainsbury dal gusto dolcissimo che era peggio del vinaccio che abbiamo preso al Jamboree quest'estate.
Concludo la sbrodolata dicendo che alla fine il cibo di casa mi manca ma anche che qua mi sono sempre trovato bene e sono poche le cose veramente cattive che ho mangiato. A parte una parentesi iniziale di soli panini e burgers, me la son sempre cavata. Son dimagrito, sì, ma solo perché spesso non ho voglia di cucinare. Insomma, il tonno&fagioli è sempre dietro l'angolo.
Buon appetito!

Parola del giorno: hunger - fame

martedì 6 dicembre 2011

La coppia, il letto, l'amore

Fede: "Allora, cosa ti va di visitare? Dove ti porto?"
Alboss: "Non me ne frega un cazzo di Londra, non sono in visita, ho bisogno di staccare, ho bisogno di sbronzarmi."
E fu così che alle 4 pm bevemmo la prima birra.
Un sabato devastante, ho avuto uno degli hangover più lunghi della storia: ho dormito 27 delle 32 ore successive la serata.
Ero in uno stato tale che tornati a casa non sono riuscito a chiudere il portone esterno che ho sbattuto così violentemente da svegliare tutti. La cosa ha fatto imbestialire Indra che non mi ha risparmiato la ramanzina.
In ogni caso, rivedere Alboss è stato come sempre emozionante. La sua sana idiozia mi stupisce ogni volta come fosse la prima e mi porta ad amarlo sempre di più.
Ma basta sentimentalismi e dichiarazioni al miele, andiamo al sodo. Prima di tutto mi scuso con lui per averlo lasciato nelle mani di Crispi&Pepsi per tutta la domenica ma proprio non riuscivo a reggermi in piedi. In secundis desidero affrontare una questione molto importante del nostro rapporto, ossia come lui si comporta a letto.

Sì perché Alba è una persona molto particolare in questo senso: tralascerò i suoi problemi aerofagici per puro rispetto della sua reputazione di scienziato e non nominerò il suo aver lasciato intere ciocche di capelli tra le mie lenzuola ma mi concentrerò su quanto serenamente egli viva la sua nottata.
Diciamo che ha qualche "problemino" quando dorme, in pratica se c'è il minimo rumore o il più piccolo raggio di luce lui si sveglia.
In Inghilterra non esistono serrande o persiane ma solo delle cazzo di tende (sì, non mi mancano!) che come potete immaginare non fanno penetrare nemmeno il più minuscolo spiraglio di luce. Inoltre il mio letto è di fianco al bagno, sì che quando qualcuno tira lo sciacquone è come avere le cascate del Niagara a non più di due metri.
Le condizioni ideali per il divino sonno del mio tesoro.
Nonostante queste avversità il cucciolo è riuscito a dormirsela tutta, forse grazie alla stanchezza del viaggio, forse grazie alla sbronza ma molto più probabilmente grazie alle comodissime molle del mio letto.
Ci siamo salutati alla stazione di King's Cross St. Pancr(e)as, nel bivio tra la Victoria e la Piccadilly line, dandoci appuntamento per Natale in Italia e promettendoci amore eterno.
Già mi manchi.

Parola del giorno: frame - montatura degli occhiali (è solo una delle diecimila possibili traduzioni di questo termine)

giovedì 1 dicembre 2011

This is life. Sometimes.

Giornate convulse, le ultime.
Il primo pensiero va ovviamente ai tre disgraziati che negli ultimi otto giorni si sono laureati. I migliori studiosi... ehm... scusate, fancazzisti, che mi abbiano mai accompagnato.
Se ripenso a un anno di biblioteca a quattro che mai più ritornerà mi scende una lacrimuccia. Credo che dovremmo iscriverci a qualche Villaggio Vacanze e piantare una tenda nel prato delle margherite di fianco alla biblio di Misano, quello del picnic. Nostalgia maledetta.
Ma non è tutto qui.
Lo scorso weekend ho avuto i primi due ospiti, arrivati in macchina direttamente da Bruxelles: il merdoso emiliano e il ragazzo bellizzimo. Classico weekend riposante (abbiamo, assieme alla bella Krista, fatto pure una toccatina a Cambridge dove Cioffa ha vestito i panni di Caronte) anche e soprattutto per via delle condizioni in cui abbiamo "dormito": in due in un lettino e uno per terra. Ah, completo il quadro dicendo che il bel sudtirolese ha aperto la finestra nel cuore della notte, congelandoci e ammalandoci. Ottima mossa.
A proposito della stanza: OGGI NE HO UNA NUOVA. Sempre nella stessa casa, ho preso il posto dei due mex che se ne sono partiti proprio ieri notte. Quindi adesso ho un lettone e, soprattutto, un tavolo. Dio, quanto cazzo è importante il tavolino in camera.
Last but not least, ieri, mentre ero al British Museum nella sezione "Arte dell'antica India, forse del Nepal", intento a guardare lo stratosferico culo di una statua, i miei occhiali sono inspiegabilmente esplosi. Negli ultimi giorni erano un po' traballanti e la stanghetta di destra era evidentemente rotta ma così, a tradimento, la sinistra ha deciso di staccarsi dalla montatura frontale... ciao ciao occhiali. Tutto ciò dovrebbe portare la firma di TRK, so che è lui il colpevole ma non ho le stramaledette prove.
Oggi da un ottico vedo se si possono schiaffare le lenti in un'altra montatura, nel frattempo vado di contact lenses la cui applicazione, come alcuni di voi già sanno, non mi ha mai impegnato per meno di mezz'ora.
Per il resto tutto ok, il listening migliora (anche se ho ancora problemi coi madrelingua), la cucina migliora (ora ho quattro portate goshtose in repertorio: amatriciana, uovo fritto, caprese e l'immancabile tonno&fagioli) e ieri sera Zaida è tornata dal lavoro con un'impagabile vaschetta di gelato al cioccolato, la cosa più buona del mondo (dopo quello alla stracciatella, ovviamente).
Stay (hot) tuna.

Parola del giorno: raspberries - lamponi

lunedì 28 novembre 2011

La settimana enigma

Un palazzo occupato e un comico-giornalista della BBC.
Un frutto proibito.
Due disperate tra zingari e Nepal.
Il saluto degli amici.
Occhiali e coca-rum, occhiali e bomboloni, occhiali rotti.
Una maglietta e un vestito.
Un buffetto sulla schiena.
Una ruota in pista a quattro scarpe.
Un timbro.
Una corsa verso un volo.


Una spesa mancata.
Una settimana enigmistica.
Un sonno lungo lungo.
Hamburger, hamburger e ancora hamburger.
Una lettera.
Due brutte persone in macchina.
Un palazzo medievale, quindi antecedente la rivoluzione francese.
Lord Byron.
La chiusura di tutti i locali.
Un pollo fritto.
Tre uomini e una stanza.
Una finestra aperta.
Un succo di mele, un caffè senza zucchero, un pane senza marmellata.
Cinque a Cambridge più un bidone che canta.
The Anchor e Syd Barrett.
Una barca, un ponte sfregiato e uno senza viti.
Un Luna Park a Chelsea tra crepes, hot dog, una cuoca e una bella compagnia.
Tanti scatti impietosi.

Parola del giorno: purposes - propositi

domenica 20 novembre 2011

Un sabato di ordinaria follia

È sabato, mi alzo dal letto con una fatica esagerata e scendo a fare colazione.
Trovo la cucina affollata, oltre alle coinquiline Laura, Zaida e Indra ci sono altre due ragazze, due madrilene nostre ospiti.
Fatte le dovute presentazioni mi sparo il mio caffettino e il mio pane tostato con burro e marmellata, chiacchierando amabilmente con quel tipico mix di inglese, italiano e spagnolo che si sfodera quando degli italici e degli iberici si incontrano.
Data la splendida giornata, dopo un'oretta tra letture e internet, decido che è arrivato il momento di visitare questo famigerato Portobello Market a Notting Hill. Il mercatino è veramente carino, le bancarelle vendono cose molto particolari e ricercate, anche se l'impressione è che siano tutta immagine e niente sostanza. Insomma una roba per turisti, anche perché di turisti ce ne sono a fiotte. Nonostante la calca, comunque, resta uno di quei mercatini che bisogna visitare, non è genuino come altri ma ha il suo perché.
La sera viene il bello. C'è il compleanno di Fipsi, al quale ho trascinato pure Andre. Su facebook il luogo dell'apposito evento recita: "The Lonsdale", a Notting Hill, precisamente dall'altra parte della città.
Attraversata in metro tutta Londra, arriviamo al locale e scopriamo che è un posto iperfighetto dove si può entrare solo con invito. Dico tranquillamente al buttafuori che siamo qua per il compleanno di Fipsi e lui ci fa passare senza battere ciglio, dicendoci che la festa è in fondo in fondo, all'ultimo tavolo.
Appena entrati vediamo gente tiratissima, tutti sono eleganti da far paura (manco non fossimo in Inghilterra). In un disco-pub del genere, a Notting Hill, il beveraggio ha prezzi spropositati e io ho soltanto 15 miserissimi pound e qualche spicciolo. Inoltre sono con una merdosissima felpa col cappuccio, una T-shirt che ha cambiato colore con la mia ultima lavatrice e le mie classiche nike da maratona (quelle con gli inserti gialli, le preferite di Mario&Gino). Inizio a innervosirmi, vado in fondo al locale e scopro che la Cri e Fipsi non ci sono. Mi scaldo sul serio, poi penso "Ma quelle due sfattone come stracazzo possono aver prenotato in questo posto?".
Infatti il pub era un altro, era "The Earl Lonsdale", per fortuna poco distante da lì. Nell'evento su fb avevano dimenticato di inserire la parola "Earl", zio bricco impestato. Raggiungiamo il locale giusto, salutiamo la Cri e ci congratuliamo con Fipsi. Siamo assetati come dei cammelli ma scopriamo che il pub ha appena smesso di vendere alcolici e sta per chiudere. Guardiamo l'orologio ed erano... le undici! Sconsolati e sempre più desiderosi di liquidi, dopo dieci minuti seguiamo la combriccola verso un posto che si chiama "Globe" e che nessuno sembra conoscere.
Arrivati a questo "Globe" (che pensavamo fosse uno stramaledetto pub), i buttafuori ci dicono che l'entrata costa 5 sterline e la cosa, per uno che ha un totale di 15 miserissimi pound e spiccioli nel portafogli, non è del tutto gradita. Tutti vanno, io e Andre abbiamo un bisogno estremo di una birra, entriamo.
Si apre la porta e vediamo una specie di kebabbaro. Non dico una persona che sembra un kebabbaro, ma un locale che sembra un kebabbaro. Alla mia destra c'è la "Cassa", un negro seduto su uno sgabello che tiene i soldi nella tasca posteriore dei suoi jeans. Seduto nello sgabello accanto al suo c'è quello che fa i timbri. Lui è in assoluto il numero uno: è un negrone con quelle tuniche bianche che hanno i negroni, con cappello bianco da africano e dei polsini enormi in pelle con delle borchie.
Di fronte a noi, davanti a un banco che sembra un cucinotto, ci sono altri due neri: uno alto coi capelli lunghi e uno ciccio con una maglietta di non so quale squadra di non so quale sport. Non c'è nessun altro. Io e Andre ci guardiamo come per dire "cinque pound per sta merda? dove cazzo siamo finiti?" ma tiriamo dritto e andiamo nella saletta sottostante, la "discoteca".
Ebbene, questa sala è grande come la cucina di casa mia, dentro ci saran state 30 persone e sembrava affollatissima. Tutto iperbuio, specchi ad ampliare la stanza, un banco del bar semplicemente geniale, un raggio laser sul soffitto e delle luci di Natale (per luci di Natale intendo quelle dell'albero di Natale) su una parete a creare l'atmosfera giusta, e un ventilatore sopra la postazione dj che metteva l'hip hop più becero.
Sembra una descrizione strampalata ma è tutto fottutamente reale.
Delle trenta persone dieci erano neri (uno di questi era un nano settantenne che beveva e ballava di continuo), quindici eravamo noi e altri cinque erano bianchi capitati lì sicuramente per caso.
Dopo due birre (a quattro pound l'una, shit), andiamo al piano di sopra dove scopriamo... che è veramente un kebabbaro! Non fa kebab, fa cucina caraibica, ma il concetto è lo stesso. La Cri si spara delle banane fritte mentre io, che non avevo cenato, mi prendo due pastelline del cazzo che non hanno sapore, spendendo gli ultimi due pound che mi sono rimasti. Dopo un po' decidiamo di andarcene.
Ha così tanti contro e nessun pro che è senza dubbio il locale peggiore in cui io sia mai stato. È così brutto che mi è piaciuto un botto. Fiero di essere stato in un posto del genere, fiero di aver speso 15 pound in quella merda. Un locale così a Notting Hill, il quartiere dei ricconi, è qualcosa di veramente surreale. Spalato.
Nel ritorno a casa una ragazza della compagnia viene con me e Andre dopo aver scoperto che è praticamente mia vicina di casa. È una tizia originalissima, una catalana che vive qua da quattordici anni e fa la maestra elementare in un quartiere negro di periferia mentre sogna di aprire una scuola tutta sua in Congo. Parla benissimo l'italiano perché è stata fidanzata con un tizio di Roma e, udite udite, vive in una casa di 23 (VENTITRÈ!!!!) persone, una cosa incredibile. In questa specie di comune artistica ci vivono pittori, dj, musicisti, pr, semplici frikkettoni e altra gente assurda. Lo scorso sabato ero passato per la sua via alle 4 e mezza del mattino e avevo visto un gran bordello, con gente sui trampoli, giocolieri e parecchi tizi che sboccavano alla grande: erano loro che avevano organizzato una festa. Tornato a casa ho preso la ferma decisione di andare a vivere in quella comune, costi quel che costi, e mi son messo a dormire.
Alla fin fine, un sabato decisamente fuori dal comune.
Daje!

Parola del giorno: earl - conte

mercoledì 16 novembre 2011

Brick Lane

Quando non sai cosa fare, va a Brick Lane.
Questo è il mio consiglio e vale in qualsiasi giorno della settimana e in qualsiasi ora del giorno.
Di giorno è la via dei bangladesi (tanto che è soprannominata "Banglatown") ma non solo, è pieno di bellissimi negozi vintage con dentro di tutto, c'è una video-library veramente carina e un bar svedese che si chiama "Fika".
Questi negozi acquistano particolare fascino la domenica, quando per la via c'è il mercatino dell'usato. È una specie di Porta Portese (la parte bella di Porta Portese) in miniatura. Ci puoi veramente trovare di tutto, dalla schifezza più inutile ad aggeggi che farebbero impazzire il manager di "The Real MC Clucky".
Ho visto bancarelle di soli scarti di biciclette, altre di dvd, una miriade di vestiti, una di sole scarpe (ne avrà avute un centinaio), una di cianfrusaglie dell'Unione Sovietica. C'è una parte interamente dedicata al cibo, dove alcuni neri giocavano a scacchi circondati dalla folla. Purtroppo il mercatino inizia ad essere molto frequentato e i turisti abbondano, comunque ciò non toglie che sia un'esperienza unica, soprattutto per la gente che lo popola: vedi dal tizio col turbante al rastone giamaicano passando per ogni sorta di asiatico.
Mentre giravo per le bancarelle e scattavo foto stavo ascoltando "Super Fly" di Curtis Mayefield e, sarà la roba vecchia che vendevano, saranno le case con quei mattoncini rossi, sarà l'alta percentuale di negri, sarà la musica, ma io mi sentivo dentro la sequenza in cui i fratelli Blues passano per la via di John Lee Hoker (link). Catapultato negli anni '70, da brividi.
La notte la via è completamente diversa, piena di locali e discoteche, la concentrazione di ubriachi è impressionante. La gente è persino troppo carica. È un bordello a cielo aperto con musica appalla e non un angolo tranquillo e sicuro. Insomma è il mio pane.
Per il resto tutto ok, inizio ad ingranare con la lingua, espandendo il mio vocabolario ma soprattutto migliorando nel listening. Ieri sera mi sono per la prima volta sparato un film in inglese senza sottotitoli ed è andata bene. Non me l'aspettavo.
"See you next tuesday".

Parola del giorno: willpower - forza di volontà

sabato 12 novembre 2011

Poppy Day

Il Rememberance Day è un giorno importante in UK, viene celebrato l'11 novembre di ogni anno, alle ore 11, con due minuti di silenzio.
In questo giorno si commemorano tutte le vittime di tutte le guerre.
Nacque in Inghilterra nel'18 (DICIOTTO!!!) alla firma dell'armistizio (l'11/11/1918) con la Germania alla fine della Grande Guerra. Passò dall'Inghilterra a tutti i paesi del Commonwealth più altri esterni, come Francia e Belgio.
Si chiama anche Poppy Day perché molte persone, nei giorni immediatamente precedenti e successivi all'11, sfoggiano un papavero sulla giacca. Venne scelto il papavero perché è un fiore che in Belgio cresceva nelle terre bagnate di sangue, in seguito alle battaglie.
Qui a Londra questi poppy vengono venduti (offerta libera) in ogni angolo della città e specialmente nelle più frequentate fermate della metro da soldati o veterani.
Questo giorno ha una grande risonanza mediatica perché attualmente viene indegnamente strumentalizzato. Ci sono manifesti ovunque, i giornali aprono le prime pagine con ragazzine che cospargono le tombe dei caduti con questi fiori. Ormai non ha più il significato originale, ossia di monito contro le atrocità della guerra. Ora serve a definire eroi i soldati in Afghanistan. Nei quotidiani si leggono frasi come "Le nostre armate sono le più impavide, il meglio del mondo, il vero significato di ciò che vuol dire essere britannici, un esempio da seguire" (cit. David Cameron, primo ministro).
Non un accenno alle sofferenze che i civili devono subire durante una guerra, non una stima dei morti che le armate britanniche hanno causato tra la popolazione afghana ma un unico, significativo, numero: 385. Sono i soldati inglesi caduti in questa guerra. La propaganda è esagerata. Se fosse successo in Italia avremmo tutti gridato allo scandalo, dicendo che è il controllo che Silvio ha sui media a causare questa distorsione. Qua in pochi sembrano accorgersi della pressione esercitata da TV e quotidiani.
Bombardamento vero in Afghanistan, bombardamento mediatico in Inghilterra.
Le persone che ho visto indossare i poppy sono generalmente uomini di mezza età, ben vestiti, padri di famiglia, in carriera, conservatori. Almeno all'aspetto, ma non credo di sbagliarmi.
Beh, io non ci sto. Per fortuna riesco a vedere tutto questo con grande distacco e mi rendo conto di quanto sia ignobile questa campagna mediatica.
Non voglio che il Poppy Day serva a creare altri Poppy Day. Voglio che il Poppy Day serva ad eliminare il Poppy Day.

Parola del giorno: contempt - disprezzo

venerdì 11 novembre 2011

Manuale di una civiltà che corre

La vita londinese procede spedita e tranquilla.
Quando sono in giro inizio a non fare più caso alle strambezze che mi circondano a parte in circostanze estreme, ad esempio un paio di giorni fa un pazzo è entrato in metro con dei pantaloni neri a zampa decorati con dei ghirigori gialli. L'ho notato, eccome se l'ho notato. Questo significa che non guardo più Londra con gli occhi di un riminese ma mi sto integrando in questa caotica metropoli.
La città è veramente strana. Prima di arrivare ho sempre pensato che lo stereotipo del rampante manager in carriera fosse più una caricatura che qualcosa di reale. Vivendo a Rimini ho sempre creduto che la società che corre costantemente senza fermarsi un attimo fosse solo un'esagerazione.
Invece esiste.
Molto semplicemente, lo si vede nei supermercati che sono per metà occupati da corsie frigorifero stracolme di cibi surgelati, precotti, panini già pronti, addirittura FRUTTA GIÀ TAGLIATA. Non c'è tempo per cucinare, non c'è tempo per nulla.
Non c'è tempo per camminare normalmente, qua si corre per strada o, soprattutto, nei corridoi della metro.
Quelle immagini molto anni '80 di giovani sciacalli di Wall Street non sono solo puro cinema, sono tuttora realtà.
Alla stessa maniera, puoi trovare l'esatto opposto, ossia neo-hippie che protestano contro il capitalismo, accampandosi davanti alla cattedrale di St.Paul. Mi aspettavo di vedere quattro tende, invece sono veramente tanti ed è come fare un salto nei sixties, durante le proteste anti-Vietnam.
Quando ci sono stato le campane della cattedrale suonavano in continuazione, per protestare contro i protestanti. La polemica è molto accesa, soprattutto dopo che qualcuno, non si sa chi, ha defecato proprio nella navata centrale.
Ma c'è veramente un calderone di persone, in queste tre settimane ho conosciuto dj, musicisti, una pittrice, una ragazza che legge le notizie al tg e millemila persone che svolgono mestieri normali ma che sono completamente diverse tra loro.
La cosa che mi sconvolge di più è che comincio a non stupirmi più di tutta questa diversità, iniziano a sembrarmi normali persone che solo dieci giorni fa avrei definito come incredibili.
Per il resto tutto ok, sto diventando un mago dei fornelli e in una settimana ho fatto fuori un barattolone di Nutella. Cresce la lista di locali veramente fighi che sto trovando, l'ultimo dei quali, il "Village Underground", l'ho visitato martedì scorso per il concerto dei "The Correspondents", un duo in formazione hip hop (dj e rapper) che fa una musica che fonde vari generi, il cui cantante è un vero e proprio showman.
Avanti così e... bye bye Silvio.

Parola del giorno: city boy - fighetto in carriera pronto a sfruttare persino sua madre, se gli dovesse servire

mercoledì 9 novembre 2011

Home sweet&bloody home

La casa inizia finalmente ad ingranare.
In questi giorni ho colonizzato il tavolo della cucina, visto che non solo non ne ho uno in camera ma non ho nemmeno lo spazio materiale per ficcarcelo. Così facendo sono obbligato a frequentare le persone della casa, anzi, direi che sono loro ad essere obbligate a frequentarmi, visto che con la mia spudorata favella non le lascio libere un momento.
In realtà sto scherzando, ho trovato molta disponibilità al dialogo, forse quello che mancava era solo la scintilla iniziale che alla Prometeo ho gentilmente offerto alla comunità.
Insomma, ho finalmente iniziato a conoscere i miei coinquilini, eccoli nel dettaglio:
Nurcan (si legge "Norgia") è una turca di Istanbul che ha sempre parlato ma senza mai dire nulla di personale. È evidentemente timidissima e l'unica volta che ha detto qualcosa di rilevante sulla sua vita è stato ieri sera quando le ho importunamente chiesto della sua storia d'amore con Luciano.
Luciano è suo marito, un chiacchierone brasiliano di San Paolo col perenne sorriso. È la vera, trascinante, anima della casa.
Poi viene Indra, una ragazza del Trinidad&Tobago che frequenta l'università e che va matta per il cous-cous. Mi sembra un po' strana, però ancora non ho avuto modo di approfondire, vi dirò nelle seguenti puntate.
Le persone a me più affini sono due ragazze, Zaida e Laura. Zaida è una venticinquenne di Madrid, un ingegnere elettronico che si sta facendo il culo da Starbucks per migliorare il suo inglese. Tipa tosta e simpatica. L'altra è Laura, una ragazza di Sassari che sogna di diventare giornalista e che da buona italiana vive di espedienti. Sta spammando l'intera Londra col suo CV. Sarà che tra noi due è più facile comunicare e/o sarà che abbiamo parecchie cose in comune, ma è la persona con cui mi sono aperto di più.
Tutto qui.
In realtà non è tutto qui, ci sarebbero altre due persone ma sono come i fantasmi o la Madonna: sporadiche e velocissime apparizioni, tra l'altro senza audio.
Conosco i loro nomi solo perché sono scritti nel turno delle pulizie appeso in cucina. Sono due messicani all'aspetto molto giovani (massimo 23 anni), lui si chiama Orlando e lei Cristy. Di loro non so nient'altro, a parte che chiavano come dei ricci.
In conclusione, date le premesse non pensavo ci volesse così poco tempo a creare una casa di amici oltre che coinquilini. La cosa sembra essersi messa nel verso giusto.
Molto bene.

Parola del giorno: cohabitation - convivenza

lunedì 7 novembre 2011

Giorno 18 (DICIOTTO!!!)

Tre parole: Ministry of Sound.
Ci sono stato venerdì sera con Jonny e la Lau.
Arrivare è stato un problema, infatti una volta presa la metro, alla stazione di Finsbury Park, quindi alla prima fermata, restiamo fermi almeno cinque minuti di orologio fino a che non ci viene comunicato che una persona si è sentita male e stava venendo soccorsa nel vagone 6. Ci hanno fatto spostare nella piattaforma opposta, dove avevano deviato un treno. Beh, su quel treno l'atmosfera era completamente diversa, c'era, infatti, un tizio conciato come Elvis che strimpellava "Blue suede shoes" e il vagone intero, pieno di ragazzi, ha iniziato a cantare. È stato molto divertente. Figo il contrasto tra lo sconforto del primo treno e la gioia del secondo.
Arrivati al Ministry ci mettiamo in fila verso le 23:40. La fila procede spedita fino a quando arriviamo proprio di fronte all'enorme, tirannico e pazzo buttafuori nero. Abbiamo dovuto aspettare fino alle 00:50, zio bello.
Durante l'attesa abbiamo visto tutta la fauna che stava entrando coi biglietti prioritari, quelli presi online. Una ragazza, arrivata con un pullman di gente stracarica, ha sboccato di fronte all'entrata, proprio mentre un altro tizio veniva buttato fuori. Dopo cinque minuti vediamo questo tizio venir nuovamente cacciato e dopo altri cinque minuti stessa storia. Non ho idea di come riuscisse a entrare, sembrava la scena di Barney da Boe (link).
Dopo una minuziosissima perquisizione entriamo e troviamo la discoteca carichissima: ha due sale grandi e due piccole, molto belle sia le luci che la musica (un'elettronica pompatissima). Finita la birretta iniziale Jonny ha sventrato il mio fegato e il mio portafogli con una serie micidiale di tequila e black russian. In fila al bar ho schivato l'ennesimo cacatoio che mi ha dato su con un "sorry, i don't speak english".
Al ritorno ho riaccompagnato la Lau a casa e mi sono piazzato sul bus dove... mi sono addormentato. Sono un maledetto coglione, mi sono svegliato che ero nel bordello porco, ci ho messo una vita a tornare, sono arrivato a casa stanco morto e iperinfreddolito alle 7 con la gente della mia via che andava a lavorare. Ma ringrazio Iddio di essere ancora vivo e con ancora tutta la roba addosso, ero finito in un quartiere per nulla tranquillo.
Per il resto tutto ok, a parte il secondo round con la lavatrice. Questa volta ha vinto lei, due t-shirt sono andate a farsi benedire.
Per fortuna sono daltonico.

Parola del giorno: dazzling - accecante

venerdì 4 novembre 2011

Quindicesimo giorno

In questi giorni mi sono finalmente assestato, ho iniziato ad abitare nella mia stanzetta e ho iniziato a frequentare le lezioni.
La casa non è male se paragonata agli standard londinesi ma è invivibile rispetto, addirittura, a quelle che si trovano a Bologna. Sto diventando un vero ometto, ieri ho combattuto con la mia prima lavatrice, uscendone vincitore anche grazie a un tutorial su youtube. Oggi sono riuscito a farmi una matriciana stellare.
Ok, la matriciana probabilmente era una merda ma come per la casa è tutta una questione di termini di paragone. Io l'ho trovata strabiliante.
S T R A B I L I A N T E.
In casa l'atmosfera è un po' strana, il brasiliano e la turca occupano costantemente la cucina, tutti gli altri o sono fuori o si fanno gli affari loro in camera restando in cucina il meno possibile. Cambierò le loro abitudini col mio sorriso, ne sono sicuro.
Sento il mio speaking migliorare costantemente, quando parlo tra me e me a volte mi rendo conto di utilizzare espressioni inglesi o, quanto meno, maccheroniche.
Questo grazie soprattutto alle lezioni che, come detto in uno dei post precedenti, sono molto stimolanti e interattive.
La classe è un microcosmo dove sono rappresentati l'oriente, il medio oriente, l'europa occidentale, l'est europa e il sudamerica, e parecchie religioni come quella cristiana cattolica, protestante e ortodossa, quella musulmana e non ho capito di che cazzo di religione sia la giapponese.
I professori ci portano a confrontarci e a conoscere le altrui realtà su alcuni temi fondamentali, ad esempio in questi giorni abbiamo disquisito di globalizzazione, lavoro, matrimoni e diritti delle donne.
Questo confronto è utile a capire gli altri punti di vista e ad avere una visione più globale dei temi. È utile anche a capire meglio ciò che è la nostra realtà italiana e ciò che sono i nostri pregi/difetti, osservando le reazioni e le risposte altrui ai nostri racconti.
Tra le altre cose, mi sono sentito orgoglioso quando abbiamo notato come l'Italia sia molto più avanti rispetto, ad esempio, all'Inghilterra nel rispetto dell'ambiente e, soprattutto, nella sensibilità che i cittadini hanno del problema della sostenibilità. È stato umiliante invece lo sdegno della ragazza svizzera quando raccontavo che una donna con un contratto a tempo determinato che rimane incinta non abbia possibilità di rinnovo una volta terminato il contratto o, addirittura, possa essere licenziata senza ragione se è in una situazione di estremo precariato. Se già da prima si era contro queste ingiustizie, il vedere come esse siano impensabili agli occhi altrui te le rende letteralmente inaccettabili.
Detto questo, durante la sera continuo a frequentare pub e locali senza mollare un centimetro. Inizio inoltre ad avere la mia camera prenotata per qualche weekend da alcuni di voi che han deciso di venirmi a trovare. Bellissima storia guys, vi voglio bene.
Stay tuned.

Parola del giorno: clothespin - molletta (per lo stendino)

mercoledì 2 novembre 2011

Tredicesimo giorno

È ufficialmente iniziato il corso.
Lunedì ho avuto il test di ingresso, che serve a misurare le conoscenze linguistiche.
Molto bene in grammatica, bene in conversazione e vocabolario, discreto nella stesura di una piccola lettera, pessimo nel listening. Risultato: upper intermediate, il livello immediatamente inferiore a quelli avanzati.
La classe è piccola, siamo appena in dieci. Queste le nazionalità: due persiane, una romana, una svizzera (Kakàààààààààààà), una jappa, una russa, un colombiano negro, una musulmana di non so ancora quale paese e una croata altissima.
Le prime due lezioni mi sono piaciute molto, la metodologia di insegnamento è completamente diversa dalla nostra. Le lezioni sono interattive, gli studenti sono sempre coinvolti, le spiegazioni teoriche sono solo successive a ciò che viene svolto nella pratica. Non si usano libri, soltanto qualche foglio con esercizi che risolviamo insieme ad alta voce. La lezione solitamente inizia col professore che ti fa parlare qualche minuto tartassandoti di domande sulla tua vita privata.
I prof sono due, di cui uno si chiama David Byrne. Quando gli ho detto che si chiamava come il geniale cantante è letteralmente esploso, ha iniziato a saltellare dicendo che erano quindici anni, da quando ha iniziato a insegnare, che aspettava questo momento. Insomma è un vero imbecille ma è molto bravo nel suo lavoro.
La più simpatica della classe è una persiana biondissima che non sta mai zitta. Ieri ci ha raccontato che in Medio Oriente esiste un insetto chiamato Dracula che mentre dormi ti pizzica così in profondità che quando ti svegli ti esce ancora il sangue. Goshtoso!
Il resto è tutto ok, a parte che ancora non ho completato il trasloco e domani devo fare la prima lavatrice della mia vita.
Adieu.

Parola del giorno: colander - scolapasta

lunedì 31 ottobre 2011

Undecimo giorno

E panico fu.
Il fucking-Halloween-flat-party da Andre è andato alla grande. Più che una festa, un melting pot. Il tema era "The Mighty Boosh", che è una serie Tv inglese dove i personaggi sono conciati in modo assurdo.
Non conoscendo affatto la commedia non sono riuscito a mascherarmi ma so che le occasioni per farlo non mi mancheranno.
C'era gente vestita benissimo, un tizio aveva un mantellone nero e delle piume di pavone che gli salivano dal collo, in un paio erano vestiti da gorilla (uno dei due era un cazzo di fenomeno), altri avevano una simil camicia hawaiana e i baffi ma il migliore era Mick (coinquilino di Andre) che era vestito con una specie di tunica afro-indiana e un cerchietto in testa con una porticina attaccata.
La cucina-living room era stracolma. Su una parete venivano proiettate alcune puntate della serie, le luci erano basse quanto basta e la musica altissima.
Era un calderone di persone da tutto il mondo, tra gli altri ho chiaccheirato con un professore universitario tedesco che ci ha provato tutto il tempo con una molto carina slungagnona inglese a cui evidentemente piace fare la gatta morta, un tizio keniota che ha un import-export con la Tanzania (!), un napoletano che parla romano e che lavora all'American Express, un tizio di Marsiglia, un ragazzo di Llllliverpool che odia il Manchester e un londinese dell'Arsenal che odia il Lllliverpool. Inoltre un tedesco che dopo 8 mesi a Roma parla l'italiano PERFETTAMENTE, una scatenata ragazza inglese e altri e altri ancora.
Abbondavano pure i riminesi, portati dalla Valentina, la morosa di Andre. Alcuni li avevo già visti in Bottega ma di loro conoscevo solo la sempre più bella Salucci.
Tre i personaggi preferiti: uno era il padre della ragazza di Mick, un over 45 che è stato tutta la sera seduto su un divanetto con la sua compagna senza rivolgere la parola a nessuno e fumandosi almeno tre canne. Un altro era un timido parigino che è stato per due ore in un angolo senza spiccicare parola. Vado per parlargli e mi attacca una pezza assurda su Berlusconi, Sarkozy, Nanni Moretti e Jean Renoir. Provate a immaginare che cosa posso avergli detto e in che maniera. Ma l'ultimo, incredibile, personaggio è una polacca sulla cinquantina, alta 1.80 circa, dall'alito importante, ubriaca da non reggersi in piedi, che si è imbucata alla festa. Dopo un piccolo vagare mi ha attaccato frontalmente. Non riuscivo a sfuggirle mentre i bastardi di Rimini se la ridevano di goshto. Una volta liberatomi, visto che sta tizia iniziava a creare qualche problema, gli inquilini decidono di buttarla fuori, riuscendoci soltanto dopo una lunga mediazione.
Lei esce in strada proprio mentre io sono fuori dal portone che chiacchiero con un paio di inglesi e frana a terra. La alziamo in due e io l'accompagno a prendere un taxi. Appena lo trovo, l'aiuto a sedersi e lei cerca di tirarmi dentro per un braccio dicendomi "I love you!". Scappo facendo la ruota all'indietro.
Il mio stato d'animo ha seguito le condizioni dell'appartamento: vivo e carico durante la festa, devastato il giorno dopo.
Andiamo.

Parola del giorno: bedlam - confusione, manicomio

sabato 29 ottobre 2011

Nono giorno

Sistemato il problema casa (ci andrò ad abitare martedì prossimo), non mi resta che fare il turista fino a lunedì, quando avrò la mia prima lezione.
In questi due giorni ho passeggiato per Westminister, National Gallery (dove una ragazza si riparava dalla pioggia stando seduta sotto il largo scorrimano della scalinata frontale), Covent Garden e...eccetera eccetera.
Sono tutti posti che comunque dovrò rivedere, visto che a causa dell'incredibile stanchezza non mi sono potuto soffermare su nessuno di essi. Ormai la mia camminata ha un'autonomia di due ore giornaliere e non per le gambe (passati i primi giorni è tutto in discesa) ma per la schiena: ho capito che l'uomo si può adattare ad ogni condizione e disavventura, tranne all'assenza di un bel materasso e di un soffice cuscino.
Fisicamente sono a pezzi. Mi sento come Meryl Streep e Goldie Hawn nel finale de "La morte ti fa bella" (http://www.youtube.com/watch?v=Qcz0L6tzJiU). Mi addormento con difficoltà e quando ci riesco mi sveglio dopo un'ora con una parte del corpo incredibilmente dolorante. La mattina mi alzo che non sono riposato e dopo mezz'ora di camminata sono più acciaccato di Spadazzi. Faccio, inoltre, strani incubi: due notti fa ho addirittura sognato l'architetto Branzi che disegnava i suoi teschi.
Ieri ho avuto la mia prima colazione inglese: salsiccia, uova, bacon, funghi, fagioli e pane tostato. Pesante ma goshtosa. Per il resto continua l'alimentazione a base di panini con l'intermezzo di qualche patata (fritta, al forno o lessa che sia) e di qualche buona schifezza di bancarelle ambulanti.
È ufficialmente partito il weekend di Halloween, festa molto più sentita del nostro Carnevale. Se nella pratica vengono festeggiate in maniera simile, concettualmente sono molto diverse. La seconda è un'invito a strafogarsi, visto il successivo digiuno quaresimale, Halloween invece ha un significato del tutto particolare: nasce come la festa di Ognissanti ma si trasforma, attraverso contaminazioni pagane, in una fantasiosa esorcizzazione della morte. Certo, oggi la gente la vede come un mero pretesto per festeggiare e le aziende dolciarie, di maschere e i locali come un business. Io stesso penso prima di tutto ai party londinesi che al significato originale di questa celebrazione, ciò non toglie che esso ci sia e che sia estremamente affascinante.
Nonostante la massiva presenza di birra nella mia dieta, ancora non ho avuto modo di scatenare il fottuto panico. Sento, comunque, che il momento sta per arrivare.

Parola del giorno: mattress - materasso

giovedì 27 ottobre 2011

Settimo giorno

Questi giorni di stressanti ricerche sono finalmente finiti: ho un appartamento.
Abiterò ad Harringay, un quartiere stracolmo di ebrei tra il Finsbury Park e South Tottenham.
È una buona casa, popolata di otto persone che non ho visto e di cui conosco solo i paesi d'origine: Spagna, Messico, Colombia, Turchia e Canada.
Il proprietario è Caue, un brasiliano di 25 anni circa che lavorando come cameriere in uno strip club per ricconi è riuscito a comprarsi questa casa che affitta a poveri disgraziati come me. È un tipo molto tranquillo e alla mano, sembra affidabile anche se il fatto che me l'abbia fatto conoscere la Cri non dovrebbe presagire nulla di buono. Staremo a vedere.
La casa è su due piani, ha due doppie, quattro singole, due bagni, una cucina spaziosa e un giardinetto ottimo per un bbq sotto la pioggia (sì, ha purtroppo iniziato a piovere). La mia camera è piccola ma pulita e ben arredata. La zona è molto tranquilla, un po' lontana ma servita dai mezzi.
Come detto, è un quartiere ebraico ed è pieno di questi personaggi vestiti di nero, con cappellone nero, barba lunghissima e due boccoli tipo rasta ai lati del viso.
Sono stracarico.
La mattinata era partita malissimo: dopo un'altra notte sul pavimento esco di casa sotto la pioggia, senza l'ombrello e col computer in una sportina visto che ho dimenticato lo zaino a casa di Andre. Mi ficco al bar "The corner", dove prendo due caffè (due sbobbe, come direbbe la Giada) in due ore e scrocco la wifi senza ritegno per cercare altri appartamenti online. Nessuno mi ha detto niente, anzi, qua si usa fare così, infatti la ragazza di fianco a me ha lavorato per l'intera mattinata col suo portatile bevendo un solo caffè, roba che se lo fai in Bottega, Frisoni ti ammazza.
Dopo un panino con Andre e un suo collega greco mi dirigo verso Manor House dove, appunto, ho trovato l'appartamento dei miei sogni.
Come direbbe Nando Martellini: "Ho una casa, ho una casa, ho una casa"
La pensione Piva apre lunedì prossimo, vi aspetto.

Parola del giorno: slam - colpo

mercoledì 26 ottobre 2011

Sesto giorno

Continuano le estenuanti ricerche dell'appartamento. Qualcosa per fortuna si sta muovendo.
Nella tarda mattinata di questo sesto giorno londinese ho tempestato di mail e telefonate tutti gli affittuari che ho trovato sul web, sottolineando il fatto di essere laureato in ingegneria (che mi dà un'aria noiosa ma affidabile), pulito, un'ottimo cuoco italiano (!) e molto ordinato (!?!?!?!?!?).
Dopo aver pranzato con un panino per l'ennesima volta in così pochi giorni (a rimarcare le mie grandi capacità culinarie), ho contattato un brasiliano che mi ha dato un appuntamento per oggi (settimo giorno) alle 3pm, in una zona lontana ma servita e tranquilla. Speriamo bene.
Nel tardo pomeriggio vado a visitare un appartamento in un bel quartiere che aveva una camera spaziosa ma che per il resto era in condizioni pietose: un bagno che non può essere considerato tale, una cucina le cui condizioni igieniche avrebbero fatto impallidire anche la mia prima casa bolognese e inquilini equamente divisi tra l'islamico e l'orientale. L'odore che permeava il corridoio credo si possa classificare come arma chimica.
Dopo un veloce panino serale (...) e un'ancora più veloce birretta, sono andato a dormire nel campeggio "Fabbri&Barducci", che per la nottata ospitava anche Barducci jr.
Tra il pranzo e la visita all'appartamento, visto che avevo già contattato tutti gli annunci di quattro diversi siti internet, mi sono fatto una passeggiata per Hackney, il quartiere dietro casa. Camminando nel parco (London Fields), già nel primo pomeriggio puoi trovare dai bambini che giocano a calcio agli sconvolti più fritti.
C'erano angoli in cui era pieno di barboni alcolizzati, in particolare all'entrata che dà verso la via del Broadway Market. Lì si radunano per la presenza di panchine. Due di loro giocavano a ping-pong tenendo la racchetta in una mano e la lattina di birra nell'altra.
Questo spiega l'alta concentrazione di giovani (sui 25 anni) barboni che avevo notato nei giorni precedenti. Sono parecchi, seduti a terra con un bicchiere di cartone (stile coca-cola) per raccogliere le monete, con lo sguardo dimesso e completamente incappucciati. Ti ignorano se non li guardi ma se per caso incrociano il tuo sguardo allora iniziano a chiederti prima denaro, poi una sigaretta e infine del cibo. Se tu li passi senza rispondere o dar loro nulla allora c'è la possibilità che ti becchi qualche insulto, ma non sembrano essere più di tanto aggressivi.
Dopo cinque notti di pavimento, la schiena e il tallone sinistro iniziano a scricchiolare.
Spesso uso involontariamente "fuck" come esclamazione.


Parola del giorno: encamped - accampato

martedì 25 ottobre 2011

Quinto giorno

Giornata difficile, la quinta, interamente spesa alla ricerca dell'appartamento.
Ricerche via web e ricerche via agenzie (ho scandagliato tutte quelle che ci sono a Bethnal Green). I risultati sono nulli, perché ti offrono invivibili catapecchie (e io non ho grandi pretese) o case lontanissime o costosissime.
Ho visitato due appartamenti ignobili, uno dei quali in una zona assurda. Non conoscendo i quartieri londinesi né quanto siano essi serviti dai mezzi, sono costretto a vagare a casaccio. Al tramonto sono finito a visitare una casa a Island Gardens, nella parte sud-est della città, in zona 2, che non dovrebbe essere troppo lontana. In realtà la sua inaccessibilità si è palesata non solo dal tempo impegato per arrivarci ma anche dal fatto che tutte le case avevano il posto auto, cosa che nelle zone "servite" non succede.
Al ritorno da questa infruttuosa visita ero molto demoralizzato. La fregatura è dietro l'angolo, sia coi singoli annunci che con le agenzie. La fiducia nelle persone che vogliono vendermi qualcosa sta scemando, la diffidenza sta prendendo anche me. Dico "anche" perché qua sembra la norma. La gente quando cammina non ti guarda, anzi ti evita, i negozianti nemmeno ti salutano. La prima sera che sono arrivato, a una ragazza, a Liverpool Station, sono cadute tutte le monete e non uno si è fermato ad aiutarla.
Se è vero che sto perdendo la fiducia verso gli altri è altresì vero che appena mi han sentito un po' giù un'ondata di affetto mi è arrivata dagli amici, siano essi quelli storici, siano essi persone conosciute una singola sera in un party su un tetto a Rimini. Sono veramente stato travolto da inviti a non mollare e aiuti concreti.
È incredibile come gli italiani all'estero si supportino a vicenda. Bellissimo.
La sera mi sentivo un po' meglio ma ero ancora abbastanza depresso. Le sorti sono state risollevate dalla Cri, che con una telefonata mi ha dato il contatto di un suo amico brasiliano che lavora in uno strip club (!!!) e che dovrebbe avere una stanza libera. Oggi pomeriggio lo sento e vediamo che mi dice.
Grazie a questa telefonata, al primo piatto di spaghetti (sono fottutamente italiano) e a due belle chiacchierate con Gian e Andre mi sono ripreso e ho iniziato la giornata di oggi con rinnovata e anzi raddoppiata energia.
Grazie ragazzi.

Parola del giorno: defy - sfidare, resistere a

lunedì 24 ottobre 2011

Quarto giorno

Dopo la nottata di disco-pub e una mattinata di brevi ricerche di appartamenti io e Andre decidiamo di avere una tipica british sunday andando a vedere il derby di Manchester al "Pub on the Park", proprio dietro casa. Il locale è stracolmo e siamo costretti a vedere tutta la partita in piedi bevendo un paio di birre a stomaco vuoto che subito ci danno alla testa.
Attorno a noi tutti tifano lo United che perde clamorosamente. L'unica gioia per questi inglesi è data dal "Why always me?", scritta che Balotelli esibisce dopo aver fatto il primo gol e che si riferisce alla sua ultima disavventura: la notte prima quest'idiota ha mandato in fiamme il bagno di casa sua giocando con dei fuochi d'artificio. L'esibizione di questa maglietta gli è costata un'ammonizione. IMPAGABILE.
Devastati dalle due birre, il pomeriggio lo passiamo riposandoci fino alla prima serata, quando raggiungo Jonny a Camden Town. Era una vita che non lo vedevo e scopro che dopo tre anni tra Ibiza, Barcellona e Londra inspiegabilmente parla... bergamasco!
Comunque mi porta in un locale molto figo, il "Fifty five", che ha una grande varietà di cocktails, tanto buoni quanto scarichi. Proseguiamo il giro di Camden town, poi facciamo una bella camminata tra Covent garden, Piccadilly circus e Soho, quartiere iperturistico popolato di gay (doblogoshto!).
Torniamo a Camden dove scopro che la underground ha spietatamente chiuso. Tra camminate enormi e assurdi giri col bus riesco in solamente un'ora e mezza ad arrivare a casa, stravolto e distrutto, disturbando il povero Andre che era già andato a letto e che mi avrà maledetto in tutte le lingue conosciute e non.
L'andata, invece, l'avevo fatta in metro. Sarà che vengo da Rimini e l'ho presa poche volte in vita mia ma questo treno sotterraneo continua a stupirmi. Ci puoi trovare persone di tutte le classi sociali, razze e nazionalità. C'è chi si perde nei pensieri con le cuffiette alle orecchie, chi legge, chi chiacchiera con l'amico, chi dorme e chi ha lo sguardo perso nel vuoto. In genere le persone sono molto apatiche, forse per stanchezza, forse per noia, forse per solitudine. Sono in pochi con uno sguardo sveglio e concentrato. Nessuno guarda gli altri, per paura o per semplice disinteresse, se non furtivamente e solo a belle e scosciate ragazze. La trovo una buona fotografia della società moderna.
Ma a stupirmi non sono soltanto le persone, è anche la folata di vento che mi sbatte contro ogni volta che il treno sta per arrivare o l'impressione che sia solo il vagone di fianco, e non il mio, a girarsi e sobbalzare. Le scale mobili sono prese d'assalto e nei corridoi sono sempre a disagio visto che io tendo naturalmente a tenere la destra mentre il flusso va sfortunatamente in direzione ostinata e contraria. Nelle fermate più importanti ci sono fastidiosissimi ed a volte bravissimi musicisti.
L'uscita dal vagone è sempre traumatica visto che a differenza mia la folla sembra sapere esattamente dove andare e lo fa con una camminata che rasenta la corsa. L'apatia del vagone è trasformata nella frenesia del corridoio.
Ma va bene così.

Parola del giorno: shattered - distrutto

domenica 23 ottobre 2011

Terzo giorno

La terza movimentatissima giornata di questo incredibile viaggio all'interno dell'universo britannico inizia con una gradita sorpresa: il Broadway Market.
Andre mi ha portato in questo mercatino dove le bancarelle preparano cose molto particolari e goshtose. Noi ci siamo fatti due discreti hamburger vegetariani e gluten-free (x la gioia di Mike).
Dopo un pomeriggio speso ancora inutilmente a cercare una singola (solo due gli appuntamenti ottenuti), abbiamo raggiunto la Cristina, una mia strampalata amica conosciuta in quel di Bologna, al "The star of Bethnal Green": un pub tanto bello quanto vecchio.
Su imbeccata della stessa Cri ci siamo sparati un po' di carne niente male in un ristorante turco in cui il trash delle fotografie appese e le precarie condizioni igieniche la facevano da padrona. Consigliatissima la visita al bagno.
La piacevole chiacchierata con Andre è proseguita al "Strongroom bar", un bel pub che faceva musica soul, prima di raggiungere la Tasia, la Cami, la Roby e Niccolò in Brick lane e andare al "One thousand and one", un disco-pub di musica elettronica pompatissima dove ho inaspettatamente incontrato la Chiaronza, una mia amica di Rimini (il mondo è icredibilmente piccolo), e al "Big Chill House" dove un tizio (forse italiano) è stato cacciato dal locale, preso a manganellate e infine ammanettato.
L'atmosfera dei disco-pub inglesi è totalmente diversa da quelli italiani. Chiudono presto, si balla di meno e ci si sfonda di più. Facile che parta un litigio, buttafuori (rigirosamente neri) ovunque. Le ragazze vengono lasciate in pace, forse anche troppo, infatti al "One thousand and one" in certi momenti in pista c'erano solo le tre disperate e l'unica persona che ci ha provato con loro era... un toscano. Bicchieri rotti dappertutto, pavimento ricoperto d'alcol e bottigliette di birra e di una specie di succo alla mela sparse in ogni angolo del locale. Sembra uno dei vecchi "Qualcosina party".
L'ultima, spettacolare, caratteristica: ti perquisiscono all'entrata.
A parte le gambe a pezzi e il problema appartamento va tutto alla grande. Quando un inglese mi parla non ho idea di cosa mi dica mentre con gli stranieri me la cavo. Al momento non mi mancate.
Alè.

Parola del giorno: lighter - accendino.

sabato 22 ottobre 2011

Secondo giorno

Dopo un intero giorno di sola lingua italiana esco di casa imponendomi di speakkare inglese il più possibile. E ci provo subito. Infatti sulla metro, mentre andavo in centro a prendere una fottuta scheda telefonica, mi siedo di fianco a un ragazzo che legge un libro sul rock. Iniziava proprio in quel momento un capitolo intitolato "Confusion is next". Ho tentato di dirgli che quello era il titolo di una canzone del primo sperimentalissimo album degli Sonic Youth e che rappresentava un gioco di parole, visto che l'album stesso si chiamava "Confusion is sex". Ovviamente non sono riuscito nemmeno lontanamente a farmi capire e per fortuna la metro mi è venuta in soccorso imponendomi l'uscita.
Dopo un pomeriggio speso a cercare invano un appartamento e una cena luculliana offertami dalle tre disperate (usando posate di legno rubate chissà dove) mi sono imbucato in un pub a Notting Hill proprio con loro tre e una francese, un marocchino e uno stranissimo giapponese di nome "Koskè" (subito ribattezzato "Pusghèt"). In questo pub quattro inglesi sbronzissimi hanno intrapreso una gara geniale: ognuno di essi si è comprato un pacco di patatine e una specie di Bacardi Breezer (ma alla vodka) e vinceva chi riusciva a bere la bottiglia, mangiare le patatine e ficcare il sacchetto di patatine nella bottiglia più velocemente. Il tizio che ha vinto (che non aveva un incisivo, nda) appena ha finito è corso di fuori a sboccare. GENIO.
Al ritorno a casa scendo alla fermata sbagliata, così sono costretto a scarpinare di brutto. Dopo pochi passi il random del mio Stevejobs4 mi ha proposto la prima traccia di "The dark side of the moon", album che in passato ho letteralmente divorato e che non ascoltavo da tantissimo tempo. Quindi decido di spararmelo tutto intero, da "Speak to me" a "Eclipse" senza soluzione di continuità. È stata una camminata unica, perché ero in questo sobborgo deserto con un album che parla proprio della desolazione inglese e dell'alienazione dell'uomo in generale. Mi sentivo veramente catapultato nella "quieta disperazione" floydiana. Sono arrivato a casa, mi sono seduto sui gradini esterni e ho ascoltato le ultime due tracce in una calma surreale: in quel momento ho, con un brivido e per la prima volta da quando son partito, realizzato dov'ero e che cosa facevo.

Parola del giorno: mall - centro commerciale

venerdì 21 ottobre 2011

Primo giorno

Il blog si apre con un inutile quanto noiosissimo post, quello del mio primo giorno londinese.
Le premesse non sono le migliori, visto che il diluvio che si abbatte su Rimini oltre a preoccupare l'incontrastato protagonista di questo diario spaventa pure la sua nonnina che pur di ottenere il buon esito di questo stramaledetto volo promette voti di castità al Signore.
Su facebook alcuni simpaticoni fanno il resto.
Comunque a parte qualche turbolenza iniziale e un atterraggio lontanissimo dalla delicatezza della Bootchie tutto è andato bene anche e soprattutto grazie alle chiacchiere del buon Bugli e della terrorista Achilli che sono seduti accanto a me.
Alla dogana la Roby viene fermata per le sue ignobili origini Titaniche: giustamente i sammarinesi non sono ben visti in UK.
Con la Stansted express arriviamo a casa di Andre: una casa carina e spaziosa con un geniale piano bar che tra le sue prelibatezze alcoliche annovera una bottiglia di Amaretto di Saronno (ne sarà fiero Delu).
Esco di casa da solo per raggiungere la Terrorista, la Tasia, la Cami (spalata la moquette che indossa) e il suo moroso per mangiarci quello che sarà il primo di una lunga serie di hamburger. Nel tragitto incontro per la prima volta in vita mia quegli ebrei coi cappelloni neri che si vedono nei film, una miriade di negri di pelle estremamente negra e una caterva di persone ubriache fradice, alcune delle quali vestite di tutto punto con giacche, cravatte e valigette professionali. Usciti dall'ufficio questi tizi si umiliano d'alcol.
Due ragazze di circa 25 anni litigano violentemente a una fermata del bus, proprio di fronte a un ristorante Nepalese & Thai che mi riporta a brutti trascorsi in terra neutrale, un'altra ragazza, a Liverpool Station, rovina a terra proprio mentre la Tasia vende a un indiano strafatto che urla Rosemary (voleva dire Rossoneri) 5 sigarette a 5 sterline.
Nel ritorno a casa mi imbatto nell'incredibile circo della metropolitana che credo sia il mezzo più democratico che esista visto che accomuna persone di tutte le classi sociali: di fronte a me sedevano una nera tutta in ghingheri, un uomo in giacca e cravatta e un operaio sbronzissimo.
Arrivato alla pensione Bugli mi son piazzato per terra col sacco a pelo senza, per stanchezza, gonfiare il materassino: ok, il letto duro fa bene alla schiena ma credo che oggi un paio di soffiatine gliele darò.
Poi, che dire? I bus a due piani esistono veramente mentre delle cabine telefoniche ancora nessuna traccia.
Non ho praticamente parlato inglese.

Parola del giorno: gloves - guanti.

Insomma, inizia l'avventura londinese.